La storia: Capitolo 2

Caterina Ceriani

Caterina
Ceriani

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Capitolo 2 di Caterina Ceriani

Poco più in là di Tato Tatoo c’è una tabaccheria. Elia entra, compra un biglietto, e sale sul primo tram. Direzione Parco Sempione. Trentasette gradi e una ventina di persone tra chi scende e chi sale. Elia si siede mettendosi la tracolla sulle ginocchia. Guarda fuori dal finestrino. Alti palazzi, hotel, ostelli, bar, ristoranti, negozi, e uomini incravattati con la valigetta ventiquattrore che fanno slalom tra le ragazzine in minigonna. Ad un certo punto sale una coppia di giovani sulla trentina che attira l’attenzione di tutti i passeggeri. Il ragazzo e la ragazza si avvicinano ad Elia. Il giovane rimane in piedi, mentre la ragazza prende posto su un seggiolino verde rimasto libero.  Elia è attratto da quei due tipi strani. Squadra il ragazzo dal basso all’alto, su e giù con gli occhi e con la testa più volte. Per non essere visto però alterna uno sguardo a lui e uno fuori dal finestrino.  Il tipo indossa un paio di infradito nere e sfondate. Non ha più unghie: quelle dei piedi perché tagliate malamente e quelle delle mani perché divorate. Tutta la pelle che ricopre il suo corpo è attraversata da sentieri di tagli e graffi neri e sporchi. Una brusca frenata. Elia distoglie lo sguardo. Poi il tram riprende la sua corsa ed Elia riprende ad osservare il ragazzo. Quest’ultimo ora si tiene stretto con il braccio all’anello di ferro ricoperto di plastica che pende sopra i posti a sedere, mettendo così in mostra i peli delle ascelle ricci come paglietta. La sua ragazza gli è seduta lì di fianco. Porta un paio di occhiali da sole probabilmente per nascondere gli occhi pieni di lacrime e si sente il muco che dal naso tira su fino alla testa. E questo Elia lo sente bene perché solo il corridoio per i posti in piedi li separa. La ragazza prende dalla borsetta un sacchettino contenente il tabacco, una cartina e un filtro e si fa una sigaretta. Soffia per terra le briciole di tabacco rimasto e, dopo aver sistemato la sigaretta dietro l’orecchio tra i capelli, inizia a strappare con rabbia il cellophane della cartellina rossa che tiene tra le mani. Il suo giovane corpo è cosparso di lividi di diversa dimensione e colorazione. Il fidanzato la guarda con occhi rossi da bue. Non dicono una parola. Lei si limita a mordicchiarsi il piercing del labbro inferiore.

“Sempione, fermata Sempione” si sente dall’altoparlante.

Elia si alza, ma prima di scendere dà un’ultima occhiata a quella strana coppia. Nota un quadratino blu e bianco attaccato sulla parete del tram sopra al sedile dove è la ragazza.

“Un caso forse che lei sia seduta nel posto riservato alle donne incinte?” pensa Elia mentre scende dal tram e le porte gli si chiudono alle sue spalle. Il tram riparte con a bordo quei due e il loro destino.

 

Arrivato alla fontana all’ingresso del parco, si mette la tracolla dietro la schiena per non bagnarla e si rinfresca le mani e la faccia. Si scrolla un po’, si asciuga la bocca con il braccio e le mani sui pantaloni. Entra nel parco. E ad ogni passo sente che la pancia gli brontola. Vede un baracchino che vende snack e bibite e decide di andarsi a prendere qualcosa.

Dopo aver ordinato una piadina con prosciutto cotto e formaggio, prende posto sulle seggiole rosse di plastica di fronte al mini bar.

“Salse? Insalata? Pomodori?” gli urla un omone dietro al bancone.

“No, una coca-cola, grazie!”.

Divorato il pranzo, si alza e paga con i cinque euro rimasti e qualche moneta.

“Ah, sa dirmi dov’è questo indirizzo?” chiede Elia all’omone mentre tira fuori il fogliettino stropicciato dalla tasca.

E l’omone, gesticolando con entrambe le braccia, gli dà indicazioni.

Elia ringrazia, se ne va, e tenuti a mente quei gesti approssimativi per i primi venti passi, li dimentica poco dopo.

Va verso il centro del parco. Sale sul ponticello di legno che passa sopra un laghetto artificiale, ma molto bello.

“Non sembra nemmeno di essere a Milano… che silenzio” dice sottovoce.

Le anatre in fila fanno avanti e indietro sulla sponda del lago e lo specchio d’acqua è a pois bianchi e rosa per i numerosi fiori di loto sulla superficie. Sceso dal ponte e pochi passi più in là, un grosso faggio gli si presenta davanti. Lo raggiunge e si corica sotto l’ombra fatta dalla grande chioma. Appoggia lo zaino al tronco dell’albero e si corica a pancia in su. Con la testa e con la schiena si sistema cercando una posizione confortevole, lontano dalle dure radici che sbucano dalla terra.

Strappa con la mano destra un filo d’erba e se lo mette in bocca. Ha voglia di fumare, ma sta cercando di smettere e, per ora, si fa bastare il gesto. Aspira forte l’aria e il profumo dell’erba. Gonfia la pancia e spinge in giù il diaframma per rilassarsi, così gli aveva insegnato il dottore. Si stiracchia un po’, allungando il più possibile i muscoli delle gambe. Guarda in alto le poche nuvole che si intravedono tra i rami. Si copre il viso con il cappuccio della felpa per non avere i raggi del sole negli occhi. Socchiude le palpebre e continua a far finta di fumare. Poi lascia il braccio sinistro lungo il fianco, ma subito lo ritrae. Tocca qualcosa di duro tra l’erba. Si siede supino e con sguardo un po’ schifato guarda di che cosa si tratta. Un uovo. Anzi, metà uovo. Il pulcino non c’è. Lì solo il guscio. Lo prende in mano con la sinistra. L’interno è giallo e colloso ed è rimasto attaccato qualche peletto e residuo di piuma. Per caso, forse, gli cade l’occhio sulla “m” tatuata sul suo dito. Mamma. Si ributta giù. Guarda di nuovo quel guscio.

Pensa a tutte le volte in cui sua madre trasportava uova nel cestino della bicicletta.

 

Pedalava veloce la mamma sulla sua Bianchi evitando tutte le buche. Ormai le conosceva a memoria. Percorreva quella strada che dalla loro casa di campagna portava alla città, tutte le sante mattine. Costavano caro quelle dannate uova di quelle dannate galline che allevava, e lei era sempre in ritardo per la consegna. Si tirava sempre su il gonnellone fino alle ginocchia, mostrando così ai fagiani appostati in riva al fossato le sue cosce muscolose. Allargava le braccia, piegava i gomiti, abbassava la schiena in avanti: ora sì che si sentiva più aereodinamica. Povere uova. Arrivata in fondo alla strada, la aspettava il contadino commerciante. Si tirava giù gonna e si asciugava con la manica la fronte gocciolante, pregando mentalmente non si fossero trasformate in frittata. Scendeva dalla bici, slegava la corda, alzava il fazzoletto che copriva le uova (salve fortunatamente) e allungava la mano per ricevere i soldi dal contadino. Quello era uno dei tanti affari di mamma. La mamma, che si è sempre data da fare affinché non ci mancasse nulla.

 

Quasi ipnotizzato da quei pensieri Elia avvicina il guscio al naso, come se così potesse sentire l’odore della madre. Poi lo allontana. Alza il gomito e guarda il suo nuovo tattoo. Che bei capelli ricci aveva mamma.

 

Gli torna in mente la ragazza probabilmente incinta che viaggiava sul tram. E il pensiero va a suo fratello, mai conosciuto o forse mai nato. Questo lui ancora non lo sapeva e non ancora conosceva la verità.

Poi pensa a Gioia, ai suoi capelli, ai suoi ricci neri e lunghi. E di nuovo riguarda il suo tattoo. È deciso a tornare da Tato e farsi disegnare, di fianco a quel ricciolo, metà guscio. E magari quel guscio dentro un nido. Quel suo nido, la sua casa che ormai gli è così lontana. Trattiene una lacrima. Prende un fazzoletto e si soffia il naso.

Tira fuori dallo zaino il libro. Vuole rincominciare a leggere per distrarsi un po’. Lo apre, aggiusta l’orecchio che aveva fatto alla pagina per tenere il segno, e riprende da quel cadavere sull’aereo. Respira profondamente, gonfiando pancia e polmoni. Fa in tempo però a leggere solo alcune righe. Poi una voce femminile, distante ma chiara e distinta lo chiama.

“Elia, Eliaaaa”

Si gira. Nessuno. Poi ancora:

“Elia, Elia”.

Elia interrompe la lettura, chiude il libro, si alza, e vede da dietro un cespuglio, avvicinarsi una punta nera. Poi ecco sbucare dalla curva del sentiero ghiaioso del parco una ragazza con in spalla la custodia nera contente la chitarra. Subito Elia non la riconosce. La ragazza si avvicina. Elia mette a fuoco, sgrana gli occhi, vede i lunghi capelli ricci. Ed eccola. Che gioia per lui rivederla in quel momento.

Elia con passo incerto si avvicina. Gioia rimane ferma e lo guarda avanzare verso di lei. Ora sono uno di fronte all’altra.

“Perché sei qui?” chiede Elia stupito.

“Per te” risponde Gioia, facendo un grande sorriso.

“Cosa significa?”

“Ti ho seguito da lontano. Ti ho aspettato. Ti ho guardato da lontano”

Elia accenna un sorriso, ma rimane titubante. Butta un occhio allo zaino rimasto sotto l’albero.

“Vieni” dice Elia, facendole segno di seguirlo.

 

Gioia appoggia delicatamente la chitarra per terra. Apre lo zaino e tira fuori una lattina di birra. Ne beve un sorso e poi la offre ad Elia.

 

“Perché mi hai seguito?”

“Sai” rispose Gioia “i tuoi occhi mi hanno ricordato quelli di mio padre. Sono profondi e con le ciglia lunghe. Hai lo stesso suo sguardo. E questo mi ha spinto a seguirti. Sono istintiva. E volevo riguardarli ancor una volta”.

 

Elia a quelle parole rimane in silenzio. Vorrebbe sorriderle, ma non ci riesce. Guarda i suoi morbidi ricci.

Le prende una mano senza alcun imbarazzo. La stringe e la tira in giù invitandola a coricarsi. Le loro mani, fredde e sudate, si intrecciano. Non c’è cosa più naturale. Naturali e vicini i loro corpi sconosciuti. Le zone lasciate scoperte dal vestito di lei, fanno intravedere ad Elia la sua pelle liscia e bianca. Non un segno di abbronzatura. Non un graffio.

 

“Hai tatuaggi?” chiede Elia.

“No, non servono. Io ho tutto qui” risponde Gioia portandosi la mano sul petto,

“e qui” indicando la fronte.

Poi, dal polso, prende un elastico per i capelli e tirandosi un po’ su se li lega a mo’ cipolla.


“Lasciali sciolti, ti prego” dice sottovoce Elia. “Così sei più bella”.

 

Gioia li scioglie, li sistema e li porta tutti da una parte lasciandoli cadere sulla spalla. Elia, stando sempre coricato, allunga una mano e fa per toccarli. Poi però si trattiene e ritrae la mano. Gioia si corica di nuovo. Si mette su un fianco e appoggia la sua gamba sopra quella di Elia.

Lui le accarezza la guancia e le sfiora la bocca con un dito. Gioca un po’ con i ricci, le prende la testa e la mette sul suo petto. Guarda in alto, le nuvole non ci sono più. Qualche debole raggio di sole ancora filtra tra i rami.

“Riposa” gli sussurra Gioia all’orecchio, mentre passa la sua mano sul viso e poi sul petto di Elia. Sente che il cuore gli batte forte.

Chiudono entrambi gli occhi e stretti si addormentano nell’umidità che sta arrivando insieme alla sera.